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venerdì 1 ottobre 2010

La mistica della Patria che scorda il sangue degli altri!

Nell'800 migliaia di giovani lombardi e veneti hanno strenuamente combattuto contro l'Italia e contro il tricolore. E' un “dettaglio” rimosso dalla didattica risorgimentale che, come ogni storiografia politicamente corretta, assolve alla mansione servile di esaltare i vincitori e demonizzare, o sprofondare nell'oblìo, i vinti. L'anniversario dei 150 anni dell'unità, col suo bagaglio di prosopopea vanagloriosa, non fa eccezione: il patriottismo celebrato è a senso unico ed è monopolio dello Stato italiano, come i sali e tabacchi. Nessuno può ammettere che, in quei giorni cruciali del XIX secolo, molti abbiano sofferto, trepidato, versato il sangue per una patria che era il Regno Lombardo-Veneto, o il Regno delle Due Sicilie o Lo Stato della Chiesa. Ci obbligano a credere e professare che da una parte, quella giusta e tricolore, militavano i limpidi eroi mossi da pura idealità; dall'altra, quella sbagliata e senza una bandiera, i prezzolati mercenari o, quantomeno, dei poveri diavoli costretti ad indossare un'uniforme invisa e straniera.

VIVA L'AUSTRIA! Peccato che, nella guerra d'indipendenza, dalla “parte giusta” morirono più soldati francesi che “italiani”, tanto che Napoleone III ottenne dal Piemonte, in cambio del sangue transalpino versato, le pur italianissime (in un certo senso) Savoia e Costa Azzurra, sino a Nizza e più in là. Peccato, poi, che nelle campagne lombarde al passaggio dei bersaglieri piemontesi e degli zuavi francesi si levasse alto dai contadini il grido “Viva l'Austria!”: lo stesso che gli indomiti paesani lanciarono ancora, una decina d'anni dopo, nelle sanguinose (e accuratamente dimenticate) rivolte agresti del 1869 contro l'iniqua tassa italiana sul macinato che ridusse alla fame le nostre campagne.

SOLDATI DELL'IMPERO. Peccato, ancora, che sul campo dell'onore i lombardo-veneti abbiano dimostrato col sangue la fedeltà al proprio regno e all'Impero d'Austria. Due grandi battaglie parlano chiaro: Solferino per i lombardi, Lissa per i veneti. Una premessa: sul teatro bellico padano, all’inizio del 1848, dei sessantuno battaglioni della fanteria imperiale agli ordini di Radetzky nove erano ungheresi, sei cechi, dieci slavi, dodici austriaci e ben ventiquattro lombardo-veneti. Si calcola che il 33 per cento dell’intero esercito austriaco fosse composto da lombardo-veneti, circa sessantamila tra soldati e ufficiali. Solo dopo la disfatta del Regno, con la caduta di Milano e soprattutto Venezia, si accusarono comprensibili diserzioni “italiane”, ma molti reggimenti restarono fedeli sino all'ultimo uomo.

SOLFERINO. Veniamo a Solferino. Qui avvenne la più lunga e spaventosa battaglia della guerra d'indipendenza italiana, una delle più cruente mai viste in Europa: in 14 ore di combattimento persero la vita 14mila militari dell'impero austriaco e 15mila franco-piemontesi (gli “italiani”). A questa carneficina assistette il ginevrino Henry Dunant rimanendo talmente impressionato dai tormenti degli oltre 40mila feriti abbandonati a se stessi che votò il resto della sua vita ad una grande impresa umanitaria: la fondazione della Croce Rossa. Ebbene, in un simile inferno eccelsero per valore e zelo i soldati del Lombardo-Veneto, tanto che il 16° reggimento ne riportò gran lustro e ben 112 lombardo veneti vennero decorati con la medaglia al valore per episodi di eroismo compiuti in quella furiosa battaglia. Qualcuno, oggi, ricorda i caduti della “parte sbagliata” a Solferino?

LISSA. A maggior ragione il silenzio politicamente corretto s'impone per i veneti che, nella battaglia di Lissa, addirittura sconfissero duramente gli italiani. Quando, il 20 luglio del 1866, la flotta imperiale fece a pezzi le forze navali tricolori, da quegli equipaggi vittoriosi si levò il grido: “Viva San Marco!”. Erano gli uomini della “Oesterreich-Venezianische Marine” (l'Imperiale e Regia Veneta Marina), equipaggi ed ufficiali “veneziani”, formati da veneti in senso stretto, nonchè giuliani, istriani e dalmati. Dopo aver strappato la parte lombarda del regno, gli italiani puntavano a Venezia: in mare, all'altezza dell'isola di Lissa, lo scontro tra le due flotte.

LA CIAPEMO! La grande superiorità tricolore nulla potè contro l'abilità e il coraggio dei veneti. L'imperiale e Regia Veneta Marina affondò la corvetta corazzata Palestro e chiuse la partita sprofondando anche l'ammiraglia nemica, la corazzata Re d'Italia. Tra gli italiani si contarono 620 morti e 40 feriti, tra gli austro-veneti 38 morti e 138 feriti. Il comandante vittorioso, l'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, proveniva dal Collegio Marino di Venezia doveva aveva anche imparato il veneto per farsi capire da ufficiali ed equipaggio. Così entrò nella tradizione marinara il suo incitamento “in lingua” al timoniere Vianello, poco prima di speronare la “Re d'Italia”: “Daghe dosso, Nino, che la ciapemo!”. Qualcuno intende rendere omaggio agli artefici di quella strepitosa vittoria veneta?

BRIGATA ESTENSE. E chi mai ricorda il sublime esempio di fedeltà offerto dalle migliaia di modenesi che, dopo la “liberazione” del loro ducato da parte degli italiani, raggiunsero all'esilio il duca Francesco V per arruolarsi nella Brigata Estense, di stanza a Bassano del Grappa? Quando venne sciolto il reparto, molti di questi soldati entrarono volontari nell'esercito austriaco a continuare la guerra contro gl'italiani invasori. Una struggente dedizione al patriottismo “sbagliato”.

IL BUON DIRITTO. Tutto rimosso, tutto cancellato. A 150 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia fanno ancora paura i legittimi Stati pre-unitari e restano fantasmi da non evocare quei padani immolati per le loro patrie. Una censura che si spiega con facilità: di fronte alla consapevolezza della nostra storia, infatti, perde valore la dogmatica pretesa di indiscutibilità dell'unità nazionale in quanto “santificata” dal sangue italiano sparso contro lo straniero. Oggi (pur cancellate le nazioni, negato il ricordo, confusi i popoli, stravolti i valori di epoche più sane) il sacrificio degli avi lombardo-veneti conferisce all'anelito di libertà dei posteri la legittimità del buon diritto.


di Giulio Ferrari

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