A costo di passare per uno che ostenta, devo pur dirlo: sono un tipo fortunato! Sì, non in tutte le cose…, ad esempio nel gioco non sono fortunato; ma in altro sì, sicuramente. E se ripenso a quanto ho avuto, fino ad ora (non mettiamo limiti alla provvidenza), in questi anni, devo proprio affermare che ho dato poco, ma ho avuto tanto, forse anche troppo…; direbbe Simona, una mia amica napoletana, troppissimo! E sia, sono fortunato. Qualcuno mi potrebbe ricordare che la fortuna non esiste…; sì, forse è così! E se esiste essa è certamente “ancella Domini”.
Tra le mie innumerevoli fortune, di questi recentissimi anni, devo annoverare gli incontri non superficiali con tanta gente, ricca dentro e capace di fare avanzare la mia vita di molto in pochi mesi.
Tra gli incontri che mi hanno aperto a visuali inedite scorgo i volti e i nomi di ragazzi e ragazze che cercano di vivere i loro giorni nella complessità che porta la fede e le emozioni, la fede e il cuore, gli insegnanti di Gesù e le loro inclinazioni profonde.
Allora mi piace riportare quanto Andrea, amico di Roma, mi ha girato dal corriere.it - Forum "così è la vita " di Isabella Bossi Fedrigotti. E’ un articolo, che riporto quasi per intero.
Io e la fede
Provengo da una famiglia che mi ha dato un'educazione cattolica, sono sempre andato a Messa, al catechismo, all'oratorio.
Attorno alla maggiore età ho incontrato un sacerdote (…che non seppe aiutarmi) in un momento di grande dispiacere, unii questo aspetto alla condanna dell'omosessualità da parte della Chiesa e mi allontanai progressivamente anche dalla fede.
Non ho mai pensato di abbracciare movimenti religiosi "alternativi", l'anno scorso ho letto tanti libri (…), ho incontrato un frate che mi ha fatto riflettere (…). Il riavvicinarmi alla fede mi appariva come un atto di debolezza e di ipocrisia determinati dall'insicurezza che deriva dal convivere con un male mortale "tenuto a bada dai farmaci".
Il giorno dell'Epifania, in preda alla sovreccitazione (insonnia) che coincide con le prime assunzioni dei miei farmaci, sono andato alla messa del Cardinale Tettamanzi e nel pomeriggio all'Abbazia di Chiaravalle dove ho comperato un rosario di legno (che tuttora non so usare).
Da allora vado a Messa più volte la settimana (…), talvolta la stanchezza mi vince e rinuncio con dispiacere ad un momento di riflessione che porto con me per tutta la giornata.
So che la Chiesa condanna la mia omosessualità, che io vivo come se fosse una forma d'amore "del tutto normale", ma non importa, non cerco più la coerenza a tutti i costi lasciandomi pervadere da un'energia che mi dà pace.
Gianluigi
Confesso che non ho mai – e tutt’ora è così- avuto interesse o propensione a parlare “delle dinamiche interne” (espressione più asettica di così si muore!) delle persone; anzi confesso un non leggero fastidio…, ma per una mia certa ritrosia (pudore?) a toccare sfere della vita. E se ci ripenso questo sempre, anche nei tempi camerateschi dei venti anni.
Ora, per le vie strane e pur ragionevoli della vita, mi capita “di trattare” questo argomento…, e un po’ me ne stupisco: sarei molto più interessato alla evoluzione della polvere nei secoli…; ma tant’è… .
Per quanto mi riguarda, mi pare di capire che, in questi mesi, io non stia trattando “l’argomento”, ma incontrando persone…; non sto “discutendo” di problemi, ma sto incrociando gente! E nei colloqui, al bar dell’oratorio o in confessione, scorgo cuori, intelligenze, occhi, speranze… in altre parole incontro persone e non astratti concetti!
E capisco che l’approccio, quando è fatto con certi criteri asettici e un po’ cattedratici, si limita a guardare la gente, le persone, dalla cintola in giù! La ricchezza, le dinamiche, le speranze, le incertezze, la ricerca (fraterna) della verità, è come dimenticata. Non si coglie più il cuore del “problema”… che è l’Uomo; ma la problematicità anatono-funzionale…, e si semina nelle parole dette (forse con troppa facilità) concetti vergognosi e pericolosi (come quella brava donnina che al Family day chiedeva l’interramento per gli omo!).
Talvolta provo più raccapriccio per le certezze di certi maestri che per le richieste di coloro che non si pongono e non si sentono (e certamente non lo sono!) un problema, ma persone, amanti perché amati. Questi nostri fratelli, battezzati nella Chiesa, essi stessi Chiesa, chiedono vita alla loro vita, chiedono che abbia un corpo la loro speranza, che ci sia pace per le loro inclinazioni profonde: chiedono alla comunità di non essere invisibili, di non essere scartati!
Lo ammetto! Parlare di omosessualità ci imbarazza, ci impiccia, ci disturba, ci scandalizza, e ci divide. A non pochi irrita. E tali sentimenti travolgono i volti, le dignità, i giorni, di quanti vivono questa inclinazione profonda e crea in alcuni drammi di proporzioni inimmaginabili… Non solo, l’irritazione coinvolge spesso anche i sospettabili fiancheggiatori, come alcuni di noi preti: perché difendono questi…? Ci sarà un interesse…carnale?
Ed allora viene il tempo di dirla e dirla tutta per intero! Non dobbiamo temere l’ira dei moralizzatori, puttanieri di notte e bravi professionisti del buon esempio di giorno…., capaci di mandare al patibolo (cosa che accade in molti Paesi) i corpi e i destini di molti e molte, aggiungendoci anche la benedizione del dio di turno.
Qui non si tratta di fare aperture, creare varchi nelle mura, di dare falsi lasciapassare…, ma di ri-conoscere nei volti di uomini e donne battezzate, che vivono la loro inclinazione profonda, la comune chiamata all’amore, all’incontro-chiamata con il Dio di Gesù Cristo. Qui si tratta di vedere nei loro volti e giorni il destino dell’umanità chiamata ad essere una grande famiglia, chiamata a portare le parole bambine della fede e della speranza alla dimensione adulta di Cristo e della Storia.
Allora viene il tempo che anche noi Cattolici non possiamo ignorare il necessario dibattito, che non può partire da una iniziale condanna, da una premessa e promessa scomunica. Dobbiamo porgere gli occhi al volto di chi c’è accanto, riconoscerlo per quello che è, vederlo fratello e co-chiamato con noi e come noi in Cristo. Dobbiamo affrontare, con umile forza e forte umiltà, quei stereotipi e pre-giudizi che non appartengono al genuino cammino del Vangelo della pace.
Partire dalla costatazione che amare è bene, è bello, può metterci in una diversa prospettiva! Proviamo a camminare tutti assieme nella luce del Risorto, e ringraziamo Dio perché i nostri cuori sono profondamente inclinati all’amore. Siamo figlio di Dio, nessuno ne ha merito, tutti accogliamo il dono, la chiamata, la vocazione alla relazione con Dio, il prossimo e il creato. Questa chiamata al dono di Dio, all’amore vero e sincero, è comune a tutti gli uomini, i quali portano iscritto nel profondo la nostalgia dell’amore, il desiderio di amare, la speranza di essere amati.
Come tanti, anch'io ho qualcosa da dire...; perchè la vita è un impegno, un comandamento, una opportunità unica ed irripetibile! Sono parole, solo parole; nulla hanno di nuovo, ma confermano il pensiero di tanti che credono nel futuro a partire dal presente! E non c'è futuro senza la verità, che ci rende liberi.
martedì 2 marzo 2010
domenica 28 febbraio 2010
VANGELO DELLA TRASFIGURAZIONE
Gesù va a pregare…
Pregare, parlare con Dio?
Quando preghiamo noi siamo soggetti di un dono, un dono di Dio: Dio stesso, che ci chiama in udienza e ci ascolta.
Poi, la preghiera, con il tempo e la pietà, diviene silenzio, perché Dio parli a noi e ci dica e ci convinca del suo amore.
Dio ci parla, ci narra il suo esodo in Gesù…; non ci dà leggi e norme, ma l’esperienza viva, di fuoco di un rapporto, di una relazione, di un amore, vero! E dal rapporto vero e franco, noi tutti impariamo a “darci delle regole”, che sono il tentativo di conservare quanto acquisito di utile, di bello, di santo!
Chi ordina all’agricoltore come e quando solcare la terra, potare gli alberi, seminare, raccogliere i frutti, conservarli? Una norma esterna, un direttorio esterno o – non piuttosto- per la ragione della conoscenza e dell’esperienza accumulata nei secoli di lavoro della terra, da parte di tanti uomini?
Chi dà regole alla nostra vita? Uno Stato, una legge, un’ideologia…?
Le regole nascono dalla vita e dalla vita di relazione! Chi non si relazione con niente e con nessuno (cioè non ama) non ha regole, non gli servono…, è esso stesso perduto dietro la vanità del nulla!
Noi non andiamo dietro ad ogni vento di dottrina; il Maestro è Gesù, che fu servo, amico, via della nostra speranza. Egli ci ha detto – e lo ripete sempre- guarda che Dio ti ma sul serio e nulla vuole da te nulla (che gli puoi dare!).
Ma tu non scordarti che non sei qui a caso; tu hai una radice! Una santa radice, una bella radice! Ora vivi nel tempo degli uomini, domani vivrai nel tempo di Dio… preparati!!
Allora la preghiera è un momento di umiltà… umiltà di Dio, che ascolta il nulla di noi; ma è anche un momento di gloria… per noi, perché siamo convocati dal grande Re!
Gesù su il monte va a pregare, va al (suo) cammino di umiltà dell’uomo, ma anche a fare esperienza di dialogo, di amore di Dio. E la preghiera lo trasfigura…, la preghiera ci trasfigura, ci porta nella luce di Dio…, anche se per brevi attimi; ma lì facciamo esperienza viva di futuro, di gloria!!
Pregare, parlare con Dio?
Quando preghiamo noi siamo soggetti di un dono, un dono di Dio: Dio stesso, che ci chiama in udienza e ci ascolta.
Poi, la preghiera, con il tempo e la pietà, diviene silenzio, perché Dio parli a noi e ci dica e ci convinca del suo amore.
Dio ci parla, ci narra il suo esodo in Gesù…; non ci dà leggi e norme, ma l’esperienza viva, di fuoco di un rapporto, di una relazione, di un amore, vero! E dal rapporto vero e franco, noi tutti impariamo a “darci delle regole”, che sono il tentativo di conservare quanto acquisito di utile, di bello, di santo!
Chi ordina all’agricoltore come e quando solcare la terra, potare gli alberi, seminare, raccogliere i frutti, conservarli? Una norma esterna, un direttorio esterno o – non piuttosto- per la ragione della conoscenza e dell’esperienza accumulata nei secoli di lavoro della terra, da parte di tanti uomini?
Chi dà regole alla nostra vita? Uno Stato, una legge, un’ideologia…?
Le regole nascono dalla vita e dalla vita di relazione! Chi non si relazione con niente e con nessuno (cioè non ama) non ha regole, non gli servono…, è esso stesso perduto dietro la vanità del nulla!
Noi non andiamo dietro ad ogni vento di dottrina; il Maestro è Gesù, che fu servo, amico, via della nostra speranza. Egli ci ha detto – e lo ripete sempre- guarda che Dio ti ma sul serio e nulla vuole da te nulla (che gli puoi dare!).
Ma tu non scordarti che non sei qui a caso; tu hai una radice! Una santa radice, una bella radice! Ora vivi nel tempo degli uomini, domani vivrai nel tempo di Dio… preparati!!
Allora la preghiera è un momento di umiltà… umiltà di Dio, che ascolta il nulla di noi; ma è anche un momento di gloria… per noi, perché siamo convocati dal grande Re!
Gesù su il monte va a pregare, va al (suo) cammino di umiltà dell’uomo, ma anche a fare esperienza di dialogo, di amore di Dio. E la preghiera lo trasfigura…, la preghiera ci trasfigura, ci porta nella luce di Dio…, anche se per brevi attimi; ma lì facciamo esperienza viva di futuro, di gloria!!
mercoledì 17 febbraio 2010
Digiuno come fame di giustizia!
Il cristiano non ha "giorni sacri"; il Tempo è un dono di Dio, una sua creatura donata all'uomo! Tutto il Tempo, tutti gli attimi, ogni giorno, è sacro.
Nel Tempo Dio ci offre, di nuovo, la sua misericordia: ora, adesso... Il Tempo è un tempio "diverso", dove Dio si lascia trovare, comunicandosi, e parla all'uomo come ad un amico.
Ciò detto, e confermato, dobbiamo anche segnalare che la comunità cristiana da sempre ha segnato dei giorni come memoria di eventi unici e fondanti, e penso alla Domenica, giorno della Resurrezione di Gesù, il Cristo. Ma penso anche al Venerdì, giorno del "Coraggio di Dio", quando si consegna, in Gesù, nelle mani dell'uomo, perché il male del cuore delle creature fosse sconfitto con una vittoria di legno!
Ecco che il Venerdì è da sempre il giorno della Croce, la memoria della Crocifissione. A tale memoria è legato non solo il ricordo, ma anche una costante meditazione, un sapere "diverso", che ripete al discepolo l'amore di Dio, la nuova creazione realizzata da Gesù, la Redenzione di ogni creatura, compreso il Tempo!
Al venerdì c'è l'antica usanza, mutuata dalla tradizione biblica, del digiuno; questa prassi è un culto radicato nel patrimonio religioso ebraico.
Anche il Corano menziona il digiuno del silenzio praticato da Zaccaria e Maria la Vergine dopo la nascita di Giovanni Battista e Gesù Cristo.
Il digiuno è praticato anche con fervore in diverse religioni mondiali. Ci ricordiamo del digiuno radicale del Mahatma Ghandi durante le stragi che hanno accompagnato la separazione del Pakistan dall’India. Era il suo metodo preferito di resistenza pacifica, in conformità con l’Ahimsa, il principio della non-violenza, o meglio della "forza della verità".
Proviamo insieme a provare, una volta tanto, quello che sentono i poveri, gli oppressi, gli affamati ogni giorno e forse per tutta la loro vita. Il digiuno è rinuncia e denuncia, testimonianza e solidarietà.
Il digiuno, mi accorgo nella mia vita, non è un rito distratto, non lo puoi attuare senza una scelta, costante, attenta, vigilata... Non ci si ritrova a fare il digiuno: è più impossibile che difficile! Sono tali i ritmi, gli appuntamenti, le distrazioni... che, almeno per me prete, è rarissimo!
Eppure la Chiesa sceglie e indica ancora questo cammino, che è sentiero carnale ad uso dello spirito, della sapienza del cuore... . Il digiuno è scelto per vivere, sperimentare e capire - se sia possibile - le varie”dimensioni" della povertà... . E ancora, il digiunare quale atto di solidarietà, vicinanza, ai miseri; ma anche di denuncia di quelle strutture sociali, politiche, economiche, di peccato che costringono milioni di Creature alla fame di cibo, di amicizia, di calore, di libertà, gioia, amore.
Il digiuno come provare a capire "con il corpo" quelli che non hanno scelto per nulla la loro sorte, quelli che sono stati condannati alla fame e la sete, costretti a soffrire di malnutrizione e le malattie, e vivere senza letto, né tetto… . la fame rende il freddo più feroce, e la vita diviene un eterno inverno che inchioda gli uomini sulla croce dell’ingiustizia.
Il digiuno allora è anche tentativo e progetto di redenzione, di salvezza, di un’umanità che si prende cura del suo prossimo.
Il digiuno ci insegna a dire “No”, a liberarci dalla prigione della quotidianità e dell’abitudine. Ci libera dalle piccole cose che diventano indispensabili con l’abitudine. Siamo ormai abituati a vedere, bevendo e mangiando nelle nostre case, la gente morire sugli schermi della TV, la natura franarci sotto i piedi, i mari e i corsi d'acqua neri di morte, le nostre città senza più bellezza...; il digiuno come tentativo umano, ma anche spirituale per scoprirci uomini e discepoli!
Con il digiuno la fame, le fami, ci divengono familiari e forse -Dio voglia- realtà inaccettabili, per le quali prendere posizione, scegliere uno stile di vita sobrio, uno stile di fraternità degno del Vangelo della pace.
Il digiuno è impegno! E' vigilare su di noi, sui territori dell'uomo che viviamo e che formiamo. Il digiuno è un "No" all'indifferenza!
Siamo talmente abituati a sentire notizie contro l'uomo, che urge un atto, una scelta, un segno forte, fortissimo! Il digiuno è uno strumento forte contro l'indifferenza complice, dove uomini e donne muoiono, senza rumore né odore, una vita che è stata una disgrazia, un buco nero, una tragedia degna di bestemmia!
Digiunare significa ribellarsi contro le notizie confezionate e le risposte prêt-a-porter. Significa scoprire la vulnerabilità di cui siamo composti, la fragilità (da cui scappiamo), ed essere -una volta tanto- noi stessi, fragili impettiti, nudi rivestiti, assetati... .
Il digiuno è, anche, un atto d’anti-consumismo per natura. Il consumismo che consuma il territorio, l'ambiente dove viviamo, che erode la nostra dignità umana, riducendo il nostro essere ad un tubo digerente, e la nostra intelligenza ad un riflesso condizionato.
Il nostro digiuno non serve a Dio! Serve a noi, che ci stiamo mangiando da dentro!! Serve alla natura, al Tempo, all'ecologia del cuore. Serve a dare un primato al cuore, all'uomo.
Attenzione!! I gesti simbolici, da soli, non cambiano la storia, ma quando sono sinceri -anche se stentati e semplici- creano la condizione interna del cambiamento: “Dio non cambia la condizione di un popolo, se questo prima non cambia ciò che ha in cuore” (Corano, XIII, 11).
Il digiuno è un atto d’Amore verso Dio e le sue Creature. Verso le Creature con il “con-sentire” la vita, facendosi solidale; e verso Dio con l’amore alla sua Creazione, assunta quale dono e responsabilità.
Il digiuno è un’adorazione “negativa” in due sensi:
1. Negativa perché non c’è nessun’espressione esteriore o rituale che fa sapere che stiamo digiunando. In un hadīth qudsī (insegnamenti islamici) Dio dice: “Tutta l’opera del figlio d’Adamo è per lui, salvo il digiuno, che è per Me”. Il digiuno è un segreto tra l’uomo e il suo Signore.
2. Negativa anche perché è la rinuncia di tutto quello che amiamo, abbiamo e siamo abituati ad usare.
Siamo capaci di scegliere nuove vie e fare radicali decisioni mai fatte prima? Il digiuno è la scuola della volontà decisiva. L’Amore si manifesta con il dono, l’oblazione, la condivisione, il sacrificio e non con la possessione.
Un digiuno così compreso e vissuto, nella luce del Vangelo della pace, ci immette non nella povertà, ma lo rende “possibile” di una positività, d’inedita fruttuosità, di fioritura nuova! Il digiuno vissuto nel fuoco della fede, immette il discepolo in quello svuotamento che è la kenosis di Dio…, in quella povertà di Cristo che ci ha reso ricchi, che è salvezza! Il digiuno ci permette di incarnare la povertà degli umili ed essere strumenti, artigiani, di pace, perché non c’è pace senza giustizia.
Buon Cammino di Quaresima.
P. Mariano c.r.
Nel Tempo Dio ci offre, di nuovo, la sua misericordia: ora, adesso... Il Tempo è un tempio "diverso", dove Dio si lascia trovare, comunicandosi, e parla all'uomo come ad un amico.
Ciò detto, e confermato, dobbiamo anche segnalare che la comunità cristiana da sempre ha segnato dei giorni come memoria di eventi unici e fondanti, e penso alla Domenica, giorno della Resurrezione di Gesù, il Cristo. Ma penso anche al Venerdì, giorno del "Coraggio di Dio", quando si consegna, in Gesù, nelle mani dell'uomo, perché il male del cuore delle creature fosse sconfitto con una vittoria di legno!
Ecco che il Venerdì è da sempre il giorno della Croce, la memoria della Crocifissione. A tale memoria è legato non solo il ricordo, ma anche una costante meditazione, un sapere "diverso", che ripete al discepolo l'amore di Dio, la nuova creazione realizzata da Gesù, la Redenzione di ogni creatura, compreso il Tempo!
Al venerdì c'è l'antica usanza, mutuata dalla tradizione biblica, del digiuno; questa prassi è un culto radicato nel patrimonio religioso ebraico.
Anche il Corano menziona il digiuno del silenzio praticato da Zaccaria e Maria la Vergine dopo la nascita di Giovanni Battista e Gesù Cristo.
Il digiuno è praticato anche con fervore in diverse religioni mondiali. Ci ricordiamo del digiuno radicale del Mahatma Ghandi durante le stragi che hanno accompagnato la separazione del Pakistan dall’India. Era il suo metodo preferito di resistenza pacifica, in conformità con l’Ahimsa, il principio della non-violenza, o meglio della "forza della verità".
Proviamo insieme a provare, una volta tanto, quello che sentono i poveri, gli oppressi, gli affamati ogni giorno e forse per tutta la loro vita. Il digiuno è rinuncia e denuncia, testimonianza e solidarietà.
Il digiuno, mi accorgo nella mia vita, non è un rito distratto, non lo puoi attuare senza una scelta, costante, attenta, vigilata... Non ci si ritrova a fare il digiuno: è più impossibile che difficile! Sono tali i ritmi, gli appuntamenti, le distrazioni... che, almeno per me prete, è rarissimo!
Eppure la Chiesa sceglie e indica ancora questo cammino, che è sentiero carnale ad uso dello spirito, della sapienza del cuore... . Il digiuno è scelto per vivere, sperimentare e capire - se sia possibile - le varie”dimensioni" della povertà... . E ancora, il digiunare quale atto di solidarietà, vicinanza, ai miseri; ma anche di denuncia di quelle strutture sociali, politiche, economiche, di peccato che costringono milioni di Creature alla fame di cibo, di amicizia, di calore, di libertà, gioia, amore.
Il digiuno come provare a capire "con il corpo" quelli che non hanno scelto per nulla la loro sorte, quelli che sono stati condannati alla fame e la sete, costretti a soffrire di malnutrizione e le malattie, e vivere senza letto, né tetto… . la fame rende il freddo più feroce, e la vita diviene un eterno inverno che inchioda gli uomini sulla croce dell’ingiustizia.
Il digiuno allora è anche tentativo e progetto di redenzione, di salvezza, di un’umanità che si prende cura del suo prossimo.
Il digiuno ci insegna a dire “No”, a liberarci dalla prigione della quotidianità e dell’abitudine. Ci libera dalle piccole cose che diventano indispensabili con l’abitudine. Siamo ormai abituati a vedere, bevendo e mangiando nelle nostre case, la gente morire sugli schermi della TV, la natura franarci sotto i piedi, i mari e i corsi d'acqua neri di morte, le nostre città senza più bellezza...; il digiuno come tentativo umano, ma anche spirituale per scoprirci uomini e discepoli!
Con il digiuno la fame, le fami, ci divengono familiari e forse -Dio voglia- realtà inaccettabili, per le quali prendere posizione, scegliere uno stile di vita sobrio, uno stile di fraternità degno del Vangelo della pace.
Il digiuno è impegno! E' vigilare su di noi, sui territori dell'uomo che viviamo e che formiamo. Il digiuno è un "No" all'indifferenza!
Siamo talmente abituati a sentire notizie contro l'uomo, che urge un atto, una scelta, un segno forte, fortissimo! Il digiuno è uno strumento forte contro l'indifferenza complice, dove uomini e donne muoiono, senza rumore né odore, una vita che è stata una disgrazia, un buco nero, una tragedia degna di bestemmia!
Digiunare significa ribellarsi contro le notizie confezionate e le risposte prêt-a-porter. Significa scoprire la vulnerabilità di cui siamo composti, la fragilità (da cui scappiamo), ed essere -una volta tanto- noi stessi, fragili impettiti, nudi rivestiti, assetati... .
Il digiuno è, anche, un atto d’anti-consumismo per natura. Il consumismo che consuma il territorio, l'ambiente dove viviamo, che erode la nostra dignità umana, riducendo il nostro essere ad un tubo digerente, e la nostra intelligenza ad un riflesso condizionato.
Il nostro digiuno non serve a Dio! Serve a noi, che ci stiamo mangiando da dentro!! Serve alla natura, al Tempo, all'ecologia del cuore. Serve a dare un primato al cuore, all'uomo.
Attenzione!! I gesti simbolici, da soli, non cambiano la storia, ma quando sono sinceri -anche se stentati e semplici- creano la condizione interna del cambiamento: “Dio non cambia la condizione di un popolo, se questo prima non cambia ciò che ha in cuore” (Corano, XIII, 11).
Il digiuno è un atto d’Amore verso Dio e le sue Creature. Verso le Creature con il “con-sentire” la vita, facendosi solidale; e verso Dio con l’amore alla sua Creazione, assunta quale dono e responsabilità.
Il digiuno è un’adorazione “negativa” in due sensi:
1. Negativa perché non c’è nessun’espressione esteriore o rituale che fa sapere che stiamo digiunando. In un hadīth qudsī (insegnamenti islamici) Dio dice: “Tutta l’opera del figlio d’Adamo è per lui, salvo il digiuno, che è per Me”. Il digiuno è un segreto tra l’uomo e il suo Signore.
2. Negativa anche perché è la rinuncia di tutto quello che amiamo, abbiamo e siamo abituati ad usare.
Siamo capaci di scegliere nuove vie e fare radicali decisioni mai fatte prima? Il digiuno è la scuola della volontà decisiva. L’Amore si manifesta con il dono, l’oblazione, la condivisione, il sacrificio e non con la possessione.
Un digiuno così compreso e vissuto, nella luce del Vangelo della pace, ci immette non nella povertà, ma lo rende “possibile” di una positività, d’inedita fruttuosità, di fioritura nuova! Il digiuno vissuto nel fuoco della fede, immette il discepolo in quello svuotamento che è la kenosis di Dio…, in quella povertà di Cristo che ci ha reso ricchi, che è salvezza! Il digiuno ci permette di incarnare la povertà degli umili ed essere strumenti, artigiani, di pace, perché non c’è pace senza giustizia.
Buon Cammino di Quaresima.
P. Mariano c.r.
domenica 7 febbraio 2010
La battaglia di san Crispino
Enrico V
ENRICO:
Chi è mai che desidera questo?
Mio cugino Westmoreland?
No, mio caro cugino.
Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente;
e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.
In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.
Anzi, fai pure proclamare a tutto l'esercito che chi non si sente l'animo di battersi oggi, se ne vada a casa:
gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.
Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.
Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest'oggi e tornerà a casa,
si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.
Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo:
"Domani è San Crispino";
poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà:
"Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino".
Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno.
Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche - Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester - saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia.
Ogni brav'uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest'oggi,
fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.
Noi felici, pochi.
Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello,
e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata,
e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui,
e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!
(William Shakespeare, Enrico V, La battaglia di San Crispino)
http://www.youtube.com/watch?v=X3ngQ4LiV4Q
ENRICO:
Chi è mai che desidera questo?
Mio cugino Westmoreland?
No, mio caro cugino.
Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente;
e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.
In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.
Anzi, fai pure proclamare a tutto l'esercito che chi non si sente l'animo di battersi oggi, se ne vada a casa:
gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.
Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.
Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest'oggi e tornerà a casa,
si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.
Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo:
"Domani è San Crispino";
poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà:
"Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino".
Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno.
Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche - Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester - saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia.
Ogni brav'uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest'oggi,
fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.
Noi felici, pochi.
Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello,
e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata,
e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui,
e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!
(William Shakespeare, Enrico V, La battaglia di San Crispino)
http://www.youtube.com/watch?v=X3ngQ4LiV4Q
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onore,
sacrificio
sabato 19 dicembre 2009

«Oggi è la festa della nascita del Figlio di Dio e questa non è una notizia vecchia, non è una notizia conseguita alla storia; è la sostanza della storia della salvezza, è la sostanza della nostra speranza»
(C.Fabro)
sabato 5 dicembre 2009
FUOCO E PERSEVERANZA! (I di Avvento)
Gesù è a Gerusalemme con i suoi discepoli, a poche ore dalla sua passione, morte e resurrezione e annuncia la distruzione di Gerusalemme, che avverrà per opera dei Romani, i quali soffocheranno nel sangue, nel 70 d.C., la sommossa giudaica iniziata nel 66.
La repressione fu tale da devastare la città e radere al suolo il tempio (tanto che oggi ne rimane in piedi il solo muro occidentale, conosciuto come “muro del pianto”, in ricordo di quella tragedia).
Questo evento dà modo a Gesù di parlare di un’altra fine – la futura fine del cosmo: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle…» – e della sua venuta, cioè la venuta del Figlio dell’uomo, risorto e glorioso.
Da queste parole scaturisce l’invito di Gesù alla veglia:
State pronti! Estote parati!
Per noi Scout è un comando, una parola d’ordine!
Ma che cosa significa essere pronti? Che cosa indica? Ma, poi, pronti a cosa?
Stare pronti significa attenzione, capacità di valutazione, vigilanza! Tenere gli occhi aperti, orecchie protese…. E l’attenzione che ci viene raccomandata, nel tempo serotino della vita, è spesso legata all’ascolto. E, di fatto, di notte è il silenzio il metro, la spia, del pericolo: gli occhi non colgono molto nell’oscurità, ma le orecchie - nella notte della vita - sono più utili, perché ci dicono l’interruzione di un silenzio, di una normalità spezzata, inedita…
L’attenzione che Gesù ci raccomanda è ascolto…, è antidoto alla noia, al disimpegno, alla caduta nella trappola del se-onnipotente!
La vita è anche attesa! Ma attendere non è azione passiva, stasi, fermo immagine della vita! E’ dedizione, è attesa vigile e speranzosa, è l’innamorato che attende l’amata, perché a lei appartiene!
Attendiamo al lavoro, all’impegno, allo studio, alle relazioni, alla nostra personale crescita…, e così attendiamo il Cristo, chi vien a noi nel tempo e nell’eternità, nel giorno che viviamo e nel mistero del futuro donato dentro.
Ma mentre attendiamo, e dal futuro siamo chiamati a scorgere il fine, sappiamo di dover dare un’anima al presente e non scordare, abbandonare, chi non ce la fa.
Così ci ritroveremo attenti ed operosi con Cristo…, se ci assumiamo la responsabilità della gente e non scordiamo la giustizia, la dignità, la felicità… nostra e degli altri: attende alla vita chi si impegna per la vita e non scorda mai il primo Avvento.
Gesù ci invita a vivere liberi ora, oggi, qui! Ci invita a rinunciare a quelle realtà e persone che ci imprigionano e ci allontanano dalla luce, dalla libertà. Gesù, con la sua parola, compone le prime coordinate della teologia della progressiva liberazione dell’uomo dai poteri ingiusti. Saremo noi con lui? Con chi ci schiereremo?
Ecco che veglia, attende, (con) Cristo chi nell’oggi quotidiano, vissuto con solennità, si interessa alla seconda sua venuta, la desidera, la prepara…, nella responsabilità che ognuno di noi ha verso sé stesso, il mondo, gli altri, il creato, la bellezza.
Gesù ci dà le coordinate della libertà vera:
«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso».
Ossia: viviamo sobri, nella consapevolezza che tutto passa, Dio resta e noi con lui, per sempre!
Ecco la verità. Tutto il resto è inganno!
La mente e il cuore non siano ottenebrati da sregolatezze, vizi, mode passeggere, scelte effimere, e che nessuno si affanni dietro le cose del mondo; perché Dio ci ha creati liberi e vero culto spirituale del credente è restare nella sua luce, nella memoria grata dei suoi doni, nell’accoglienza del tempo della Grazia che ci viene dato, perché anche noi possiamo avere e conservare le “forme di Dio” la bellezza, l’amore e della libertà.
La repressione fu tale da devastare la città e radere al suolo il tempio (tanto che oggi ne rimane in piedi il solo muro occidentale, conosciuto come “muro del pianto”, in ricordo di quella tragedia).
Questo evento dà modo a Gesù di parlare di un’altra fine – la futura fine del cosmo: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle…» – e della sua venuta, cioè la venuta del Figlio dell’uomo, risorto e glorioso.
Da queste parole scaturisce l’invito di Gesù alla veglia:
State pronti! Estote parati!
Per noi Scout è un comando, una parola d’ordine!
Ma che cosa significa essere pronti? Che cosa indica? Ma, poi, pronti a cosa?
Stare pronti significa attenzione, capacità di valutazione, vigilanza! Tenere gli occhi aperti, orecchie protese…. E l’attenzione che ci viene raccomandata, nel tempo serotino della vita, è spesso legata all’ascolto. E, di fatto, di notte è il silenzio il metro, la spia, del pericolo: gli occhi non colgono molto nell’oscurità, ma le orecchie - nella notte della vita - sono più utili, perché ci dicono l’interruzione di un silenzio, di una normalità spezzata, inedita…
L’attenzione che Gesù ci raccomanda è ascolto…, è antidoto alla noia, al disimpegno, alla caduta nella trappola del se-onnipotente!
La vita è anche attesa! Ma attendere non è azione passiva, stasi, fermo immagine della vita! E’ dedizione, è attesa vigile e speranzosa, è l’innamorato che attende l’amata, perché a lei appartiene!
Attendiamo al lavoro, all’impegno, allo studio, alle relazioni, alla nostra personale crescita…, e così attendiamo il Cristo, chi vien a noi nel tempo e nell’eternità, nel giorno che viviamo e nel mistero del futuro donato dentro.
Ma mentre attendiamo, e dal futuro siamo chiamati a scorgere il fine, sappiamo di dover dare un’anima al presente e non scordare, abbandonare, chi non ce la fa.
Così ci ritroveremo attenti ed operosi con Cristo…, se ci assumiamo la responsabilità della gente e non scordiamo la giustizia, la dignità, la felicità… nostra e degli altri: attende alla vita chi si impegna per la vita e non scorda mai il primo Avvento.
Gesù ci invita a vivere liberi ora, oggi, qui! Ci invita a rinunciare a quelle realtà e persone che ci imprigionano e ci allontanano dalla luce, dalla libertà. Gesù, con la sua parola, compone le prime coordinate della teologia della progressiva liberazione dell’uomo dai poteri ingiusti. Saremo noi con lui? Con chi ci schiereremo?
Ecco che veglia, attende, (con) Cristo chi nell’oggi quotidiano, vissuto con solennità, si interessa alla seconda sua venuta, la desidera, la prepara…, nella responsabilità che ognuno di noi ha verso sé stesso, il mondo, gli altri, il creato, la bellezza.
Gesù ci dà le coordinate della libertà vera:
«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso».
Ossia: viviamo sobri, nella consapevolezza che tutto passa, Dio resta e noi con lui, per sempre!
Ecco la verità. Tutto il resto è inganno!
La mente e il cuore non siano ottenebrati da sregolatezze, vizi, mode passeggere, scelte effimere, e che nessuno si affanni dietro le cose del mondo; perché Dio ci ha creati liberi e vero culto spirituale del credente è restare nella sua luce, nella memoria grata dei suoi doni, nell’accoglienza del tempo della Grazia che ci viene dato, perché anche noi possiamo avere e conservare le “forme di Dio” la bellezza, l’amore e della libertà.
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