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martedì 17 novembre 2009

LETTERA A DIOGNETO

(La Lettera a Diogneto è un breve scritto in greco, che un ignoto cristiano della prima metà del II° secolo rivolge a un amico per spiegare e difendere la nuova fede cristiana. È uno dei più suggestivi documenti dell'antica letteratura cristiana che appartiene ai cosiddetti "Padri apostolici").


(…) I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini, né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere
di vita. La loro dottrina non fu inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.

La dottrina di un Dio è la loro filosofia.

Dimorano in città sia civili che barbare, come capita. E, pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e per ammissione di tutti incredibile.
Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri.
Partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio.
Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera.
Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini.
Amano fare comunione fra loro e sono fedeli al matrimonio.
Vivono nel corpo, ma non secondo il corpo.
Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo.
Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro modo di vivere sono superiori alle leggi.
Amano tutti e da tutti sono perseguitati.
Sono sconosciuti eppure condannati.
Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita.
Sono poveri, ma arricchiscono molti.
Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza.
Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria.
Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.
Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati con disprezzo e ricambiano con l'onore.

Pur facendo il bene sono puniti come malfattori e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. Gli eretici fanno loro guerra come a gente straniera e i pagani li perseguitano, ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.

In una parola, i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo; anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo; anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. Il corpo, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima perché gli impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani, pur non avendo ricevuto nessuna ingiuria da loro, solo perché si oppongono al male.

(dalla "Lettera a Diogneto" 5-6).

lunedì 16 novembre 2009

CHIAMATI DAL FUTURO

«Il futuro entra in noi molto prima che accada» (Simone Weil).
Molte volte accade che ci fermiamo sul passato, e da lì attendiamo tracce, movenze, stimoli, per andare avanti; ma questo comporta – spesso – l’idea delirante di dover ripetere quello che già si è fatto…, riscaldare il brodino, respirare l’aria già usata, prendere idee dal baule e riciclare… sempre! Certamente nel nostro passato ci sono le fondamenta, le radici, ma queste vanno esaltate quando su di esse c’è l’ardire del futuro, il sogno bello di realtà inedite…
Noi cristiani crediamo “che sia il futuro a chiamare e ad anticipare la realtà; e la consapevolezza che il tempo (vitale) non parta dal passato verso il presente, ma dal futuro verso il presente, in qualche modo attraendolo, ci spinge a dare valore all’oggi! C’è come una forza…, un Persona che ci attrae a sé: è Gesù! Egli è il Centro della Storia, Signore e pur servo della speranza degli uomini!
La vita degli uomini è esplorazione del possibile. Vivere è un decreto di libertà. Un decreto di futuro.
Dio ci apre al futuro imprevisto, il male, il Diavolo, chiude gli spazi del possibile in un passato già stabilito, in un presente senza il senso, senza orizzonte, senza la mèta!
Gesù ci dice che Egli radunerà dai quattro angoli della terra coloro che sono suoi…, questo perché più “originario” del peccato è il bene! Nella creazione il bene è “più antico” (presbýteron diceva Origene), più anziano, più profondo del male. Il bene è venuto prima. Più originale ancora del peccato originale», l’uomo sorge nel giardino dell’Eden senza peccato… , avendo accanto a sé il Futuro, Dio!
Per questo conviene all’uomo vivere il presente conoscendo il fine della vita…, questa conoscenza del futuro, questa proiezione nel futuro, dà forza al nostro presente, spesso oscuro e disarmante! Perché «l’uomo proteso in avanti ha un anticipo, un vantaggio sul male».

La speranza bussa alle nostre porte…, ma dal di fuori! C’è qualcuno che osa toccare le nostre tristi porte, dure e stagionate di paura e lontananza dall’altro… Chi bussa è capace di rivestirci di futuro, gravido di un domani che viene messo nei pugni chiusi delle nostre mani…, che si aprono all’altro, perché aperte all’Alto!
Per questo occorre compiere tre gesti:
«Porre segni di discontinuità.
Osare immaginarci diversi.
Coltivare una cultura della prospettiva».

Ma cosa anticipa il futuro, senza alienarci dal presente? Il perdono!
Rispetto al male compiuto è solo il futuro che purifica la memoria, non il passato. «Per raggiungere la purificazione profonda occorre raggiungere una verginità della memoria, e questa viene a noi quando volgiamo l’orecchio del cuore alla voce del futuro, non alla voce del peccato di ieri: “Se uno è in Cristo è una nuova creatura, le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17). Il futuro porta con sé l’innocenza e la dona (la verginità non si conserva, si riconquista; l’innocenza non si mantiene, si accoglie, sempre ridonata)».

Il peccato, il male commesso, non va dunque affrontato dalla prospettiva del passato, dalla cultura dell’espiazione, ma dal futuro che purifica, da una “smemoratezza” del peccato che apre al cambiamento. Come ha fatto Gesù con la donna adultera: «Vai e d’ora in avanti non peccare più». «Perché perdona Dio? Perché è buono, misericordioso, paziente, benigno? Tutto questo va bene, ma è ancora poco, in fondo anche un uomo potrebbe arrivarci.
Dio perdona per un atto di fede in me e di speranza nel mio futuro. Dio perdona perché scommette sul futuro, sul “d’ora in avanti”. Perché per Lui il bene vale più del male. Non solo: il bene possibile di domani è più importante del male reale di ieri». Tutto ciò dischiude all’intelligenza dei nostri cuori un inedito volto di Dio!
«Dell’uomo Dio ricorda solo il bene, e le lacrime. Una volta perdonato, il male non esiste più, in nessun luogo, neppure nella Sua memoria. Abbiamo un’idea immorale di Dio se pensiamo che i suoi archivi siano pieni di peccati. Pronti per essere tirati fuori nell’ultimo giorno».
Sono invece pieni di lacrime, come dice il salmo: “Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli”.
Immensi archivi di lacrime, raccolte una ad una, sono i tesori di Dio. E una domanda sola, l’ultima: “Mi vuoi bene?”
La preghiera che rivolgiamo a Dio dobbiamo rivolgerla alla nostra coscienza: non ricordare più il male che hai commesso!
Dimentica il tuo peccato. Concentrati sul futuro che ti chiama. Sul bene possibile domani».
La promessa di Gesù di un futuro nuovo, è la certezza di un futuro possibile…, certo è fatica, ma è con fatica, con sforzo, che l’impossibile può diventare realtà.
“Finché c’è fatica c’è speranza”: «Se vedi uno che fatica puoi stare certo che dietro ci sono sogni e speranze. Se qualcosa ti costa fatica, non fuggire: è segno che coltivi progetti, un minimo Eden che merita il tuo impegno» (don Milani).
“Se uno non si aspetta l’impossibile, non lo raggiungerà mai” (Eraclito), chi non osa il futuro non vedrà mai la potenza redentrice di Dio, che convoca l’uomo alla sua Pace!

domenica 8 novembre 2009

Il tempo della vita è questo!

Accade che taluni posticipino la vita! Si aspetta qualcuno, un evento, un giorno adatto, un’occasione… giusta…; e si aspetta e si rimanda la vita a domani!

Ma questo è il tempo della vita, cioè dell’incontro…, o per dirla tutta, del dono. Sì, perché la vita, ci insegna Gesù, è dono, ed è massimamente vissuta non quando vai a 100 all’ora, quando fai 10.000 cose, quando non hai più tempo… per vivere; ma quando ti doni!

Ma cos’è il dono? E’ un atto totale!

Donare è per noi, piccoli discepoli di Gesù, stretti tra il tempo e l’eternità, (ma consapevoli che nel frammento c’è già – come una caparra – tutto!) l’atto di offrire quanto si ha e si è. Non è il semplice dare dal mio superfluo, seleziono quello che ho in più e me ne libero, lo allontano da me e/o lo offro ad un altro (magari che mi è lontano, estraneo…). Questo è il donare degli altri!
Per noi il dono è incontro, è la vita spalmata in ogni atto…: è amore che cresce in noi e attraverso noi. E’ accorgerci che abbiamo vita, che siamo vita! E’ donare vita!!

Il dono è farsi prossimo, nello stupore e nella pazienza. E’ scoprirsi discepoli di un Dio che muore in croce, e da lì, all’altezza del nostro odio, racconta ancora, se è possibile oltre la fine, il suo Dono, il suo continuo-dono, il suo ancora-dono, il suo perdurare nel dono si sé: “Padre perdonali…”

Allora il dono è partenza dall’Alto, per incontrare l’altro, le sue richieste, i suoi bisogni, e farlo fratello, renderlo certo che la sua vicenda, la sua storia è condivisa, non è ignorata, sconosciuta, perché la comunità di Gesù non è mai una comunità anonima!

Certamente, accade nelle nostre comunità l’anonimato! E quanto ha la forma del disinteresse, forse rancore…, ma se facciamo caso, se rivisitiamo i nostri sentimenti, dobbiamo ammettere che spesso dietro tanta lontananza tra noi, non c’è nulla, anzi c’è il nulla che avanza…, c’è una vita che non sboccia. Allora spesso riversiamo l’astio di noi che è in noi su gli altri, che non sono la causa, ma il triste rosario della memoria di una vita che è lì parcheggiata, ancorata nel porto del nulla, da dove non si salpa mai, si arriva solo, e soli si resta, sempre!
Da una vita così non vissuta, cerchiamo fughe, con suoni e colori, situazioni e rumori, che ci riempiono il vuoto di dentro… con altro vuoto, altra tristezza… e gli altri spariscono dal nostro orizzonte e, più che fratelli sono polli per i nostri appetiti!

La vita diventa triste, e più che dono ci appare come una carretta da tirare… e ci mettiamo ad aspettare un giorno nuovo, messianico, per vivere, per donare.

Ma non ci sarà un giorno futuro: è questo! Questa è l’opportunità che Dio ci dà, non dobbiamo aspettare, dobbiamo vivere!

Vivendo la vita, quale dono di Dio, noi diventiamo dono agli altri, a molti – e se Dio vuole – a tutti, parchè Dio non è banale: ama nella totalità!

Donare è un atto di vita, un atto di culto a Dio, che ci ha donato il suo amore, i nostri amori, il suo Paradiso, Gesù, il nostro paradiso, Maria!!!
Quando noi ci doniamo, affidiamo a Lui il nostro presente, e attendiamo da Lui il nostro futuro.

Ecco la vedova del Vangelo, dà tutto… perché sa che a Dio non gli dai nulla se non gli dai tutto il tuo cuore, la tua mente, la tua forza, la tua intelligenza. E il cuore è la sede di tutto!!
Non sperimentiamo noi questo? Quando incontriamo la persona che riempie del suo volto i nostri occhi, non comprendiamo, e viviamo, che l’altro nome dell’amore è TUTTO? Ed allora perché stupirsi?! E’ ovvio che a chi si ama si dà tutto, cioè ci si dà!
Noi siamo il tutto da offrire a Dio e ai fratelli!!

Certo, ci sono giorni e circostanze dove ciò appare duro, difficile… Cosa fare? Dimettersi, attendere, e aspettare il giorno giusto?
No, cominciare! Cominciare è dell’innamorato; ricominciare è di chi ama!
Noi siamo qui per cominciare e ricominciare, perché Dio merita il mio amore, la terra necessita del nostro dono!


(dal diario, “Tutto comincia dalla fine”)

mercoledì 4 novembre 2009

METTI UN SERA A CENA…

Lo confesso, mi piace camminare, specie se sono da solo.
Quando cammini, o meglio ancora passeggio, mi perdo nei pensieri e talvolta mi scordo anche dove sto andando ed il motivo! Non poche volte, uscito per una meta, mi sono come svegliato dai pensieri e mi sono ritrovato in tutt’altro posto. E che ci faccio qui? Che dovevo fare? Ah, ero uscito per il mare e qui sono in collina. Bella la collina! E me ne torno a casa.
Ieri sera, uscito da casa di amici, dove ho cenato, ritornavo a casa mia, a piedi: erano le 23.50; la sera si cammina che è una favola, poche auto, poca luce, poche distrazioni…: i pensieri sono sotto torchio!
A casa di Elena e Eduardo la cena è buona, leggera e frugale (ma non è mancato – dulcis in fundo - un dolce alla cioccolata; che spettacolo!!).
Tornandomene a casa, pensavo di loro: sono sposati, hanno quattro figli, sono impegnati, lavorano, hanno amici, sono persone attente alle cose della società, ecc. Mi chiedevo, “ma ‘sti ragazzi che sono?” “Che cosa è una famiglia?”
Ecco, da subito, quello che, istintivamente, mi sono detto: non è un gruppo riproduttivo! E ripensando ai loro discorse, e a come si scambiavano le rispettive idee con franchezza e cortese autonomia, mi convinco che la famiglia è un laboratorio! Un luogo, cioè, dove con alcuni elementi naturali, si riesce a fare tanto, a produrre “prodotti” anche nuovi, innovativi, importanti, belli come le cose semplici ed essenziali. Una coppia non è una “lamiera sagomata”, come il mio amico Giovanni – presto ingegnere – dice delle automobili…; non va soggetta alla moda di turno!
Gli elementi base dei miei ospiti li ho visti bene: forza interiore, volontà di conservare il senso di un rapporto, normalità, serenità, pur non mancando nuvole, capacità di dire le cose, senza pretendere che siano accolte tutte allo stesso modo e profondità (una cose è dire che ci si vuole bene, altra che la Spal sia la migliore squadra del campionato di calcio!). Lui e lei, assieme, caparbi e ricchi di un tesoro, che spesso si perde di vista…, la famiglia! Lei, dal corpo minuto, dal viso sereno, come le cose antiche, detiene fortezza, e trasmette potenza a chi la guardò da vicino nel giorno del Sì. Lui, tenero senza lacrime, e con una voglia infinità di tenacia, nonostante i dilemmi….
La famiglia è un laboratorio, sì…; ma non è il luogo delle sole e continue analisi di ogni particella minima, dove parole, pensieri e silenzi sono analizzati, classificati e “imprigionati” nella presunzione di conoscere l’altro, di possederlo, di “averne esaurito l’incontro e la scoperta”, perché la coppia non è luogo delle sole parole, ma anche dei silenzi ascoltati, rispettati… delle soluzioni attese, con pazienza, affetto e misericordia!
La coppia amorosa non è una prigione ideologica, non è un castrazioni infiocchettata, tra due amici-amanti non ci si limita, e non ci si perde, nell’analisi di sé, ma si elabora, si scopre, e si producono cose anche impreviste, provvisorie, … perché, accade, che una mela dimenticata in un armadio, la si ritrovi, dopo qualche giorno, con la muffa… e magari si scopre la penicillina… di un amore!

domenica 1 novembre 2009

Il nostro nome...

Chi crede più nell’amore?
Sì, molti ne sentono il bisogno, il fascino, l’importanza… la necessità…; ma - poi – chi ci crede? Chi si affida ad esso? Chi sacrifica ore del proprio giorno, giorni della propria vita per l’amore?
Quanti sacrifichiamo l’amore per i nostri giorni, per il nostro lavoro!
Quanti sacrifichiamo i nostri amori per le attività, per il capo, il partito, i soldi, il potere: le apparenze!!

Credere all’amore! Eh, sì: è ‘na parola!!
Quando avevo venti anni, incontrai Silvia che me ne parlò. Mi bruciò.
La sentivo parlare e vive per il suo innamorato: era pazza di lui, e tutto veniva dopo di lui e nulla era valido o buono senza averlo visto con lui.
Non si usciva, non si studiava, non s’intraprendeva un nulla se non lo aveva visto con lui.

Credere all’amore! Ma chi ci crede!!
Nelle nostre società dove ci prendiamo e ci lasciamo, dove saliamo e scendiamo da storie, incontri, affetto, come ci si cambia la camicia…
Da noi quanta fatica… nell’amare…, vedi alcuni segni, ma molte cicatrici delle nostre società restano conficcate dentro… e l’ammalano nel profondo!

Credere all’amore?
E’ un invito, è un’urgenza: è la nostra stessa fede!!

Ma chi vive di superficialità, di tiepidume, di furti di affetto, di imbroglio, come può capire? Per alcuni l’amore è slogan, è una serata a far casino, una bevuta, un incontro con la pelle altrui senza neppure conoscere le ossa dell’altro…

Si rischia di confondere le prestazioni con la donazione, con l’abnegazione, l’importanza dell’altro che è rilevante solo se serve a me, ai mie scopi, ai miei bisogni!
Non ci si avvede che tutto ciò ci porta tutti al ribasso della vita, che è bellezza, incontro, amore!

Noi Cattolici celebriamo la festa di TUTTI I SANTI.
Che cosa significa ciò? Facciamo un panteon generale, così non dimentichiamo nessuno degli uomini e delle donne che la Chiesa ci addita a modello?

No!
Noi celebriamo la vita! Ma quella scritta tutta in maiuscolo, celebriamo cioè l’amore!
I Santi sono gli uomini e le donne che fanno creduto all’amore, ma sul serio! L’hanno seguito, gli hanno consegnato i loro giorni, le loro mani, i cuori, al vita, l’intelligenze, la loro miseria e si sono accomodati nell’amore!
Sì, accomodarsi nell’amore!! Ecco cosa è creder all’amore: mettersi nell’amore e non spostarsi più!

Ma credere nell’amore non è solo per i giorni belli, per la pasqua della vita! Si crede nell’amore, sempre! Soprattutto quando incontri il tuo Venerdì Santo, quando introno e dentro è buio, e tu gridi - nel tuo silenzio – la solitudine, la tua ferita, il fallimento, la paura di non farcela, lo stupore che fa male di essere povero e incapace.
Lì, proprio lì’… devi credere all’amore e non muoverti da lì! Resta fermo, fisso, inchiodato a quell’amore che hai scoperto magari moto tempo fa… e restagli fedele…, perché l’amore trae beneficio nel nascondersi per dare compattezza alle nostre giornate fatte spesso di banalità.

Credere all’amore è credere che l’amore è l’unico Dio della nostra vita, breve o lunga che sia! E per l’amore che vogliamo vivere, con amore e per amore vogliamo frequentare questa vita… in compagnia di tanti.

Se vivremo così, avremo un segreto, una forza che Gesù stesso dono a quanti si fidano di un Maestro che dalla croce ha insegnato che Dio è abisso di amore, che Dio si chiama amore e noi siamo e dobbiamo portare il suo nome, Amore!



(dal diario, “Tutto comincia dalla fine”)

venerdì 30 ottobre 2009

Le radici!

Taluni, spesso fuori e antagonisti, chiedono alla Chiesa un cambio di visione, di metodo e di contenuti... . Poi, assisti al fatto che da secoli, questi bravi innovatori senza Tradizione, che percepiscono la Chiesa come un nemico, da secoli non cambiano mai!!
Ma la Chiesa, con e nonostante le ferite dei suoi figli, resta serva di Dio, sogno di Dio, dono di Dio all’umanità!

venerdì 23 ottobre 2009

La Chiesa secondo me

Il mio professore di Teoretica, sovente, in classe, ci ripeteva "Quando sarete preti, dall'altare, non dite le cose "secondo me", dite solo quanto insegna la Chiesa, alle persone non dovete dare le vostre opinioni, ma quanto la Chiesa crede ed insegna"!
Questo mi è sempre parso giusto, ed ancora oggi lo reputo sacrosanto, al limite dell'ovvio.
Poi, ho scoperto che di cose ovvie è pieno il mondo, perché l'ovvio è parente stretto del buon senso, e, l’ovvietà ed il buon senso, sono i nomi popolari dell'intelligenza!!

Eppure, oggi, secondo me, bisogna tentare il rischio di dire, di pensare non tanto a cose nuove, ma nuovamente le cose… ovvie. Bisogna tentare il rischio..., e - si sa - è l'unica cosa sicura!

Proviamo a parlare di noi Chiesa, con coraggio, senza intenti celebrativi, ma neppure punitivi: guardarsi allo specchio e cercare quelle linee eterne di comunità adunata dall'iniziativa del risorto.

Allora, oso pensare ad una Chiesa che vorrei…; non una nuova Chiesa, ma la Chiesa che di nuovo “ripeta” l’annuncio di una salvezza adombrata spesso dalle strutture nostre e non Sue…

Forse devo, per prima io, rivedere la mia qualità di discepolo..., e se un Dio crocifisso non avrebbe da imputarmi fughe, svendite ed opacità.
Io, inesistente polvere, oso pensare la Chiesa quale amica delle gioie e delle speranze della gente. Una Chiesa che pianga con i tanti afflitti, che non rida con i pochi sazi. Una Chiesa che sorrida agli avidi e mostri la sua libertà. Una Chiesa che non insegua il potere, ma sappia parlare il silenzio di chi attende; che sappia andare nelle carceri e ricordare che lì non ci sono figli di un dio minore! Una Chiesa che non tema l’incontro con le distanze, le diffidenze, le opinioni e gli stili di vita inediti per lei.
Una Chiesa che è uno spazio di libertà e responsabilità del singolo e della sua coscienza.

La Chiesa che vorrei, che voglio e che incontro è una sorella, una madre… essa stessa nata tra le braccia del crocifisso, redenta e lavata dal suo spruzzo di sangue ed acqua, adunata a contemplare il grido d’abbandono, la consegna della fedeltà, che sulla croce offre il suo Consummatum est!
La Chiesa che vivo è madre, nata dall'utero della Resurrezione, inventata dalla passione di un Dio che crea e genera e nella quale c’è la ricchezza della diversità dei doni, delle persone, delle vicende, dei cammini, della misericordia.
Nella Chiesa che c'è, c’è posto per tutti, non importa la condizione!